Il panorama bancario italiano sta attraversando una fase di profonda trasformazione strutturale. Mentre da un lato, assistiamo a un valzer di potenziali aggregazioni che vede protagonisti i maggiori gruppi nazionali – Unicredit con Banco BPM, Monte dei Paschi che strizza l’occhio a Mediobanca, e Bper che vuole aggregarsi con Popolare di Sondrio. Dall’altro, emerge un fenomeno ben più preoccupante per il tessuto sociale ed economico del paese: la progressiva desertificazione bancaria.
I numeri raccontano una realtà allarmante, nel solo 2023, 826 sportelli hanno chiuso i battenti, segnando un calo del 3,9% rispetto all’anno precedente, nel 2024 sono stati 508. Un quarto del territorio nazionale – un’area più vasta di Lombardia, Veneto e Piemonte messi insieme – è ormai privo di presenza bancaria fisica. Parliamo di oltre 3.300 comuni italiani, il 41,5% del totale, dove 4,3 milioni di cittadini si trovano impossibilitati ad accedere ai servizi bancari nel proprio comune di residenza, comprese anche le imprese di quei territori.
La digitalizzazione viene spesso presentata come panacea di questa desertificazione, ma i dati smentiscono questa narrativa semplicistica. Solo il 51,5% degli italiani utilizza l’internet banking, contro una media europea del 63,9%. Un gap che rivela come la chiusura degli sportelli non sia tanto figlia della transizione digitale, quanto piuttosto di logiche di ottimizzazione dei costi che rischiano di lasciare indietro fasce importanti della popolazione.
Il caso delle regioni meridionali è emblematico,in Puglia, ad esempio, il numero degli sportelli si è ridotto a 24 ogni 100mila abitanti, ben al di sotto della media nazionale di 36. Un comune pugliese su quattro è ormai privo di sportelli bancari, con il rischio concreto che il fenomeno si aggravi ulteriormente, considerando che il 23% dei comuni ha un solo sportello residuo.
La metamorfosi in atto nel sistema bancario italiano solleva interrogativi profondi sulla natura stessa del servizio bancario. L’automazione attraverso ATM e servizi digitali non può sostituire quella dimensione umana che caratterizza il rapporto banca-cliente, specialmente in un paese dove il tessuto sociale è ancora fortemente ancorato a relazioni personali e di prossimità.
Facciamo un esempio: negli Stati Uniti, patria dell’innovazione tecnologica, colossi come JP Morgan e Bank of America stiano invece aprendo centinaia di nuove filiali, riconoscendo il valore strategico della presenza territoriale. Una lezione che il sistema bancario italiano sembra ignorare, perseguendo una strategia di consolidamento che rischia di lasciare scoperte intere comunità.
In questo contesto, il risiko bancario in corso potrebbe rappresentare un’opportunità per ripensare il modello distributivo, ma solo se le aggregazioni sapranno guardare oltre le mere sinergie di costo, ponendo al centro della propria strategia il servizio alla comunità e lo sviluppo sostenibile dei territori, ipotesi che appare di difficiale attuazione.
Nello scenario di progressivo allontanamento delle banche dal territorio emerge con prepotenza il ruolo strategico del consulente finanziario, figura che incarna quella dimensione relazionale e professionale che gli italiani continuano a ricercare nella gestione del proprio patrimonio. Non è più tempo di affidarsi al gestore di turno, figura troppo spesso transitoria nel vorticoso valzer di rotazioni imposte dalle logiche bancarie.
Il consulente finanziario rappresenta l’evoluzione naturale di questo rapporto, un professionista che puoi scegliere liberamente, che costruisce con te un percorso di lungo periodo, svincolato dalle logiche di prodotto che troppo spesso condizionano l’operatività bancaria. La sua specializzazione nella gestione patrimoniale, unita alla continuità del rapporto, permette di sviluppare quella profonda conoscenza delle esigenze del cliente, della sua famiglia, che è prerequisito essenziale per una consulenza efficace.
I dati dell’Osservatorio sulla desertificazione bancaria di First Cisl sono illuminanti: nove italiani su dieci ritengono fondamentale il rapporto umano nella gestione dei servizi bancari. Un’esigenza che non può essere soddisfatta da sportelli automatici o piattaforme digitali, ma richiede la presenza di un professionista dedicato, capace di interpretare le esigenze, guidare le scelte, accompagnare nel tempo le decisioni di investimento.
La scelta di un consulente finanziario diventa così non solo un’opportunità di accesso a servizi più qualificati, ma una vera e propria necessità strategica per chi vuole garantirsi una gestione patrimoniale consapevole e orientata al lungo periodo. Il consulente finanziario rappresenta quel punto di riferimento stabile e competente che ogni risparmiatore merita di avere al proprio fianco.
Mi rivolgo direttamente a te, lettore: ricordi il nome del tuo attuale gestore bancario? Quanti ne hai cambiati negli ultimi cinque anni? Quanto tempo devi attendere per un appuntamento? E soprattutto, quando è stata l’ultima volta che hai avuto un confronto approfondito sulla gestione del tuo patrimonio?
La risposta a queste domande rivela spesso un quadro di relazioni frammentate, discontinue, insufficienti rispetto alle reali esigenze di pianificazione finanziaria delle famiglie italiane. Se pensi che sia ora di affidarti ad un professionista e farti seguire nel lungo percorso della tua vita, contattami qui mi farà piacere offrirti il mio supporto.
