Mattino ore 6:45. Dopo il suono della sveglia, mi dirigo verso la cucina, prendo la mia moka rigorosamente Bialetti, ci metto dentro acqua e caffè in polvere e la posiziono sul gas. Dopo qualche minuto inizio a sentire quel profumo inconfondibile che risveglia i sensi e di lì a breve, mentre leggo le prime notizie, prendo il mio primo caffè della giornata. Questa è la scena che milioni di italiani compiono ogni mattina quando sorseggiano la loro prima tazza di caffè.
Proprio qualche giorno fa, il mio risveglio è stato meno dolce del previsto, poichè non ho avuto neanche il tempo di versare il mio caffè nella tazzina, quando ho letto che Bialetti, lo storico marchio italiano dell’espresso, è stato venduto al fondo cinese NUO Capital per 53 milioni di euro. Questa è l’ultima tessera di un mosaico che sta ridisegnando la geografia del capitalismo italiano, operazione che ha portato immediatamente il titolo a volare del +61% in Borsa, ma che solleva interrogativi profondi sul futuro del Made in Italy e sulla capacità del nostro sistema industriale di preservare le proprie eccellenze.
La cessione della caffettiera simbolo del design italiano non è un caso isolato, basti pensarare che tra il 2014 e il 2023, ci sono state 2.948 acquisizioni estere di aziende italiane (contro le 1.673 acquisizioni italiane all’estero) per un valore di 203 miliardi di euro. Un dato che fa riflettere: gli stranieri comprano il doppio delle realtà italiane rispetto a quelle che noi acquistiamo all’estero, spendendo paradossalmente la metà.
Il caso Bialetti rappresenta un copione già visto molte volte; l’azienda, fondata nel 1919 da Alfonso Bialetti e resa celebre dalla Moka Express disegnata dal figlio Renato nel 1933, ha attraversato anni di difficoltà finanziarie. La crisi del 2018, unita a un indebitamento che ha raggiunto i 114 milioni di euro, ha reso inevitabile la ricerca di un acquirente. Il caso Bialetti ci ricorda che dovremmo proteggere davvero il Made in Italy non isolandosi dal mondo, ma creando le condizioni affinché le nostre eccellenze possano competere ad armi pari sui mercati internazionali.
Il fenomeno ha colpito tutti i settori, nel lusso, marchi come Gucci, Bottega Veneta, Pomellato e Brioni sono finiti nel portafoglio del gruppo francese Kering, mentre LVMH si è appropriata di Loro Piana, Fendi, Emilio Pucci e Bulgari. Valentino è passata al fondo qatariota Mayhoola, Versace all’americana Michael Kors (oggi Capri Holdings).
L’industria alimentare non è stata risparmiata: Parmalat, Galbani, Perugina e Pernigotti sono oggi controllate da gruppi stranieri. Persino nell’industria pesante assistiamo a cessioni come quella di Pirelli alla cinese ChemChina, Magneti Marelli alla giapponese Calsonic Kansei, o Italcementi alla tedesca HeidelbergCement.
Le ragioni di questa emorragia sono molteplici e complesse, per esempio viviamo un difficile passaggio generazionale, che rappresenta uno degli ostacoli principali. Molte aziende familiari italiane faticano a gestire il ricambio generazionale: i fondatori invecchiano, gli eredi non sempre hanno le competenze o l’interesse per portare avanti l’impresa. La famiglia Ranzoni, per esempio, che controllava Bialetti da oltre trent’anni, ha dovuto affrontare questa sfida prima di cedere.
La sottocapitalizzazione cronica delle nostre imprese è un altro fattore determinante, infatti le aziende italiane, spesso di dimensioni medio-piccole, non hanno accesso a capitali sufficienti per competere sui mercati globali. Molti fondi esteri possano offrire quella liquidità che il sistema bancario italiano fatica a garantire.
Il carico fiscale e burocratico rappresenta un ulteriore handicap, l’Italia sconta un sistema fiscale complesso e oneroso che, unito a una burocrazia inefficiente, rende il fare impresa un percorso a ostacoli. Non sorprende che molti imprenditori vedano nella cessione a investitori stranieri un’opportunità di uscita appetibile.
La debolezza del mercato azionario italiano completa il quadro, considerando che Piazza Affari non riesce a fornire alle aziende le risorse necessarie per crescere. La scarsa liquidità, l’insufficiente presenza di investitori istituzionali e l’elevata volatilità rendono difficile per le medie imprese reperire capitali attraverso la quotazione.
Nel caso di Bialetti, Nuo Capital è guidato da Stephen Cheng, magnate cinese nipote del fondatore della World-Wide Shipping, una delle più grandi compagnie di trasporto marittimo al mondo. Il gruppo ha già investito in marchi italiani come Venchi, Bending Spoons, Slowear e Scarpa, dimostrando un interesse genuino per il Made in Italy.
Le conseguenze di quello che sta accadendo, per l’economia italiana, non possono essere ignorate. La perdita di controllo su aziende strategiche può avere effetti negativi nel lungo termine: rischio di delocalizzazione produttiva, perdita di posti di lavoro, profitti che vengono distribuiti ad azionisti esteri anziché reinvestiti nel territorio.
Cosa servirebbe per invertire questa tendenza? Servirebbero interventi strutturali come una riforma fiscale che alleggerisca il carico sulle imprese, un sistema bancario più efficiente che guardi al presente e al futuro e non al passato nel supportare le aziende, incentivi per favorire il passaggio generazionale e lo sviluppo di manager professionisti. Fondamentale sarebbe anche rafforzare il mercato dei capitali italiano per offrire alternative valide alla vendita.
La lezione che emerge dal caso Bialetti è chiara: preservare il Made in Italy non significa chiudersi al mondo, ma creare le condizioni affinché le nostre eccellenze possano competere ad armi pari sui mercati internazionali. Senza una strategia nazionale che supporti le aziende nel difficile equilibrio tra tradizione e innovazione, continueremo a vedere i nostri gioielli industriali passare di mano, con il rischio di perdere non solo marchi prestigiosi ma anche parte della nostra identità produttiva, storica e culturale.
Il Made in Italy rappresenta un patrimonio di competenze, creatività e saper fare che il mondo ci invidia. Ma se non creiamo un ecosistema favorevole all’imprenditoria nazionale, questo patrimonio rischia di trasformarsi in una vetrina gestita sempre più da capitali stranieri. Dobbiamo dare la possibilità di crescere ai fondi d’investimento italiani – private equity e venture capital – creando un ecosistema che permetta a ogni cittadino di investire nelle aziende non quotate, beneficiando anche di vantaggi fiscali. Lo Stato deve fare un esame di coscienza e smettere di limitarsi a “vendere solo il nostro debito pubblico”.
Se vuole davvero aiutare la nostra nazione a sostenersi e invertire la tendenza che sta progressivamente cancellando la nostra storia imprenditoriale, deve permettere l’afflusso di capitali verso le imprese, quotate e non, attraverso un piano fiscale, finanziario e sociale senza precedenti. Solo così il Made in Italy potrà continuare a esistere come realtà concreta, altrimenti rischia di trasformarsi in una vuota etichetta priva di significato reale.
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