In questa newsletter desidero offrirvi, come sempre, uno sguardo diverso sui meccanismi che governano la nostra economia, fornendovi gli strumenti cognitivi necessari per conoscere meglio quello che accade a livello economico e finanziario intorno a noi.
Oggi intendo parlare con voi di una risorsa tanto fondamentale quanto invisibile nel nostro quotidiano: il gas naturale. Questa materia prima, che silenziosamente alimenta le nostre case e il nostro sistema produttivo, rappresenta un esempio di come la fragilità strutturale del sistema Italia si manifesti nella dipendenza da risorse che non possediamo e che siamo costretti ad importare, esponendoci alla volatilità dei mercati internazionali.
Il prezzo di questa risorsa, ancorato all’indice TTF quotato alla Borsa di Amsterdam, racconta una storia di incertezze che merita di essere analizzata con profondità. Vorrei quindi condividere con voi non solo l’evoluzione storica di questa dinamica negli ultimi anni, ma anche le sue implicazioni sistemiche per famiglie e imprese, nonché le strategie istituzionali che si stanno delineando per mitigarne gli impatti.
Comprendere questi meccanismi significa acquisire consapevolezza di come anche le decisioni apparentemente più distanti dalla nostra quotidianità – come quelle relative alle politiche energetiche – possano riflettersi direttamente sui nostri bilanci familiari e sulle nostre prospettive economiche future.
Cinque anni di fluttuazioni nel mercato del gas naturale
La questione energetica rappresenta un nodo fondamentale nella complessa trama del nostro tessuto economico. Il gas naturale, in particolare, si intreccia in questioni di geopolitica, economia domestica e prospettive industriali in un intreccio tanto affascinante quanto preoccupante.
Negli ultimi cinque anni, il prezzo del gas naturale ha tracciato una traiettoria che potrebbe essere definita come l’elettrocardiogramma di un paziente con aritmia severa. Dal 2020, quando la pandemia generò un crollo della domanda e conseguentemente dei prezzi, abbiamo assistito ad un’ascesa vertiginosa che ha raggiunto il suo apice nell’estate del 2022. In quel frangente, il TTF di Amsterdam – il nostro termometro europeo dei prezzi del gas – registrò valori di circa 340 euro per megawattora, cifre mai contemplate prima nella storia dei mercati energetici europei.
Questo picco straordinario, alimentato dalle tensioni geopolitiche e dalla riduzione delle forniture russe a causa delle sanzioni applicate dall’UE, ha rappresentato un vero e proprio terremoto per famiglie e imprese italiane. Le bollette domestiche hanno subito incrementi che hanno eroso il potere d’acquisto delle famiglie, mentre il tessuto produttivo nazionale ha visto compromessa la propria competitività internazionale, con costi energetici superiori di circa il 30% rispetto alla media europea.
Il 2023 ha fortunatamente segnato l’inizio di una fase discendente, con i prezzi che hanno intrapreso un percorso di normalizzazione, pur mantenendosi sensibilmente sopra le medie storiche pre-crisi. Attualmente, nel primo trimestre del 2025, sebbene siamo lontani dai picchi parossistici del 2022, i valori persistono su livelli che continuano a esercitare una pressione significativa sul sistema economico nazionale.
Cosa sta succedendo in Italia
L’analisi semestrale del Sistema Energetico Italiano elaborata dall’ENEA evidenzia una realtà preoccupante: nonostante la progressiva discesa rispetto ai picchi del 2022, i prezzi dell’energia in Italia permangono ostinatamente sopra le medie storiche, con un differenziale crescente rispetto alle principali borse europee.
Questo divario rappresenta un handicap competitivo formidabile per il nostro apparato industriale. Il costo dell’elettricità per le imprese italiane, attestatosi intorno ai 300 euro per megawattora nel 2023, si colloca tra i più elevati nel contesto europeo, gravando sulle spalle di un sistema produttivo già provato da molteplici criticità strutturali.
La formazione del prezzo dell’energia elettrica, ancora vincolata al costo marginale del gas attraverso il sistema del prezzo marginale (si tratta di un massimale di prezzo entro il quale i Paesi Europei potrebbero continuare ad acquistare gas, purché il prezzo non superi il limite economico individuato), amplifica gli effetti di qualsiasi turbolenza nel mercato del gas, trasferendoli immediatamente sulle bollette elettriche e, di conseguenza, sui costi di produzione delle nostre imprese.
Le strategie del governo
Di fronte a questo scenario, l’esecutivo ha recentemente stanziato 3 miliardi di euro per contrastare il caro bollette, articolando l’intervento in circa 1,6 miliardi destinati alle famiglie e 1,4 miliardi alle imprese. Si tratta di una risposta che, pur rappresentando un sollievo immediato, si inserisce ancora nel solco degli interventi emergenziali che hanno caratterizzato l’approccio italiano alla questione energetica negli ultimi anni.
Per le famiglie con un indice ISEE fino a 25mila euro è previsto un sostegno di circa 200 euro nel prossimo trimestre, che si eleverà oltre i 500 euro per i nuclei che già beneficiano del bonus sociale. Parallelamente, per le piccole e medie imprese si prospetta una riduzione delle bollette stimata intorno al 20% attraverso il taglio degli oneri di sistema.
L’introduzione dell’obbligo di trasparenza imposto ai gestori rappresenta un ulteriore passo verso una maggiore chiarezza del mercato, mentre la rinuncia statale all’IVA oltre una certa soglia di prezzo dell’energia costituisce un meccanismo di protezione dalle fiammate speculative.
La vera partita si gioca sul piano delle riforme strutturali, il mercato elettrico italiano necessita di una profonda ristrutturazione che consenta il disaccoppiamento dal prezzo del gas, liberando il sistema da un meccanismo che amplifica le oscillazioni e penalizza consumatori e imprese.
Nuovo paradigma energetico?
Da un lato emerge l’esigenza di accelerare decisamente sulla transizione verso le energie rinnovabili e sull’efficienza energetica. Dall’altro si palesa la necessità di rivedere radicalmente il sistema europeo di scambio delle quote di emissione (ETS) per penalizzare più efficacemente le fonti inquinanti.
L’istituzione di un fondo pubblico destinato a finanziare la transizione ecologica delle famiglie meno abbienti rappresenterebbe un passo significativo verso una transizione energetica socialmente sostenibile, evitando che i costi della decarbonizzazione ricadano prevalentemente sulle fasce più vulnerabili della popolazione.
Particolarmente rilevante appare la questione delle concessioni idroelettriche, un patrimonio storico e strategico del nostro Paese. La loro messa a gara, imposta dalle normative europee, rischia di consegnare a fondi di investimento esteri le nostre centrali idroelettriche, con conseguenze potenzialmente devastanti sui costi dell’energia elettrica.
Il recente disegno di legge sul nucleare potrebbe contribuire nel lungo periodo alla riduzione dei costi energetici, ma non costituisce una soluzione immediata alle criticità attuali. Servono interventi rapidi e incisivi, come l’incremento massiccio delle energie rinnovabili, per ridurre la dipendenza da gas e petrolio e abbassare strutturalmente i costi.
In questa partita, la consapevolezza dei cittadini e la loro capacità di orientarsi in un mercato complesso e in rapida evoluzione rappresentano elementi decisivi.
Il mio compito è quello di accompagnare i clienti in questo percorso, fornendo loro gli strumenti per comprendere e affrontare efficacemente le sfide della transizione energetica, integrando questa dimensione nella più ampia strategia di pianificazione patrimoniale e finanziaria.
Qual’è il tuo pensiero su questo argomento? Hai in mente delle soluzioni? Hai già pensato di accantonare delle crifre per poter vivere serenamente l’oscillazione dei prezzi delle materie prime? Se vuoi possiamo confrontarci su questo e su argomenti legati alla tua pianificazione finanziaria direttamente da qui.
